mercoledì 18 maggio 2022

L'assassinio della giornalista palestinese: Shireen Abu Aqleh


L’ASSASSINIO DELLA GIORNALISTA DI AL JAZEERA SHIREEN ABU AKLEH E L’ASSALTO MILITARE AL SUO FUNERALE NON SONO UNA “MACCHIA PER LA DEMOCRAZIA ISRAELIANA”.

E’ purtroppo la normalita’ di una occupazione criminale e della sua guerra contro la libera informazione

Alcuni dati

- Dal 2000 cinquanta giornalisti palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano

- Dal 2018 almeno 144 giornalisti sono stati feriti dalle forze israeliane di occupazione

- Un anno fa, durante l'ättacco di Israele alla Striscia di Gaza, i jet israeliani radevano al suolo un edificio contenente gli uffici di testate giornalistiche tra cui Associated Press e Al Jazeera.

- Solo pochi giorni fa, i soldati israeliani hanno aggredito e ferito il giornalista locale Basil al-Adraa nel villaggio di a-Tuwani nelle colline meridionali di Hebron

- Numerosi sono anche i giornalisti di altre nazionalita’ assassinati dall’esercito israeliano. Ad esempio tra i tanti ricordo il nome di Raffaele Ciriello. Giornalista italiano ucciso 13 marzo 2002 a Ramallah mentre stava documentando un rastrellamento dell'esercito israeliano: venne inquadrato e ucciso da una raffica sparata da un carro armato: nel 2002 era il quarto giornalista occidentale ad essere ucciso dall'esercito israeliano nei territori occupati. La magistratura italiana chiese al governo israeliano di far conoscere i nomi dell'equipaggio di quel carro armato, ma ne ebbe un rifiuto nonostante il trattato di collaborazione giudiziaria stipulato tra i due paesi. Il procedimento penale venne perciò archiviato.

- Il direttore di Human Rights Watch per Israele e Palestina, Omar Shakir, ha fatto notare che le modalita’ dell’assassino di Shireen Abu Akleh non è anomala. Ad esempio, ha una notevole somiglianza con la morte di Ahmad Abu Hussein e Yasser Mortaja, due giornalisti palestinesi uccisi dai cecchini israeliani mentre seguivano le proteste della Grande Marcia del Ritorno nel 2018.

- Lo scorso gennaio e’ stata presentata la petizione internazionale sostenuta anche da Reporter senza frontiere (RSF) e parlamentari eiuropei di diversi gruppi intitolata “Punishing Journalists: Israel’s Restrictions on Freedom of Movement”.

- Proprio il mese scorso una denuncia formale è stata presentata alla Corte penale internazionale dalla Federazione internazionale dei giornalisti (Ifj), sulla «mira sistematica» da parte di Israele dei giornalisti palestinesi.

L’obiettivo di questa attacco sistematico contro la libera informazione e' impedire la documentazione della pulizia etnica e dell’oppressione sistematica in cui sono impegnate le forze israeliane.

Il messaggio intimidatorio e’ chiarissimo: attenti, documentare le conseguenze della occupazione israeliana ti puo’ costare la vita

Voglio essere chiaro: che nessuno osi tirare fuori l’accusa di .antisemitismo contro chi come me denuncia i crimini della occupazione israeliana. E’ uno schifo usare un crimine efferato e insuperato come l’Olocausto per giustificare i crimini contro il popolo palestinese.

Per storia famigliare e personale vivo come un obbligo morale tramandare la memoria dell’Olocausto e della Shoà. Ma proprio la convinzione della necessita’ di tramandare la memoria di un crimine senza eguali come l’Olocausto, mi fa schierare oggi dalla parte del popolo palestinese, da settant’anni vittima innocente.

In questo sono ispirato da tanti e tante tra cui vi segnalo il lavoro meraviglioso fatto dal gruppo di uomini e donne di Jewish Voice for Peace da sempre schierati a fianco della lotta per i diritti del popolo palestinese.


Stefano, socio e affidatario di Salaam

 

lunedì 16 maggio 2022

Lettera all'OdG per il caso Abu Aqleh

 per adesione mandare una mail chiedendo di aderire all'appello


Alla cortese attenzione del Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Bartoli, Roma

Alla cortese attenzione del Vice-Presidente del Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti Angelo Luigi Baiguini, Roma

 

Condanniamo senza mezzi termini l’assassinio della collega giornalista Shireen Abu Aqleh, 51 anni, nota corrispondente di Al Jazeera nella Palestina occupata, da parte di cecchini delle forze di occupazione israeliane.

Shireen, che indossava un giubbotto con la visibile scritta “Press”, stava coprendo le aggressioni israeliane contro il campo profughi di Jenin, la mattina dell'11 maggio, quando è stata presa di mira e colpita con un proiettile alla testa, che l’ha uccisa. Ci sono testimoni sul posto e filmati che attestano che si è trattato di un'esecuzione. Jenin si trova nei Territori Occupati palestinesi, che sono considerati sotto occupazione illegittima dalla risoluzione 242 delle Nazioni Unite e dalla IV Convenzione di Ginevra.

Giornalisti nel mirino.

Israele colpisce per uccidere o mutilare giornalisti, medici e infermieri, bambini, donne, ragazzi, vecchi, nell’impunità più totale e senza che la cosiddetta “comunità internazionale” si scomodi a condannare o a prendere seri provvedimenti, come invece avviene in altri scenari bellici mondiali.

Israele è attualmente sotto accusa per crimini di guerra e crimini contro l'umanità presso la Corte Penale Internazionale. Assassinare i giornalisti in contesti di occupazione militare significa silenziare la voce di chi lavora per documentare la verità. L’abbattimento del palazzo che ospitava Al Jazeera e Associated Press, nel 2021, nella Striscia di Gaza, l’uccisione di Shereen Abu Aqleh, costituiscono delle chiare violazioni del diritto umanitario internazionale, che garantisce protezione alla professione giornalistica. Negli ultimi 10 anni 24 giornalisti palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano.

Chiediamo al presidente dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Bartoli – che negli ultimi giorni si è espresso a favore della tutela della professione nel caso ucraino – di riservare le medesime attenzioni nei confronti dei colleghi palestinesi che da anni cercano di raccontare la realtà dell’occupazione militare, della violazione dei diritti umani e dei crimini di apartheid commessi da Israele (si vedano i report pubblicati dalle Ong internazionali Human Rights Watch, B’Tselem, Amnesty International).

Chiediamo a Ricardo Gutierrez presidente della Federazione Europea dei Giornalisti, che in passato ha dichiarato che “i giornalisti vengono deliberatamente presi di mira allo scopo di creare terrore o di impedire che emerga la verità” di esprimersi in conformità a queste parole, prendendo posizione contro l’assassinio di Shereen Abu Aqleh.

Chiediamo, inoltre, che l’Ordine dei Giornalisti si esprima riguardo alla violazione del Codice Deontologico da parte di molti giornali italiani e da parte della RAI- Radiotelevisione italiana, per ciò che concerne l’accesso all’informazione senza ingerenza e al rispetto delle fonti, che devono essere imparziali e non espressione di una verità unilaterale. La Rai, in merito all’omicidio della Abu Aqleh, ha cercato di occultare la responsabilità dei militari israeliani, definendo la sua uccisione frutto di uno “scontro”.

Ribadiamo quanto scritto all’inizio: i territori della Cisgiordania sono occupati militarmente e in violazione delle principali convenzioni in materia di protezione di diritti umani.

Manca poco alla giornata mondiale in difesa della libertà di stampa: l’Italia si trova al 58° posto nella classifica dei paesi dove viene rispettata la libertà di stampa, principio sancito dalla Costituzione italiana all’art. 21, pertanto auspichiamo che l’Ordine Nazionale dei Giornalisti prenda posizione e che chieda il rispetto del codice deontologico, delle convenzioni internazionali e del rispetto della libertà di stampa e di espressione.

InfoPal.it

GPI-Giovani palestinesi d'Italia

API-Associazione dei Palestinesi in Italia

 

Genova, 14/05/2022

CARICHE DELL'ESERCITO ISRAELIANO AL FUNERALE DELLA GIORNALISTA PALESTINESE SHIREEN ABU AKLEH


 

giovedì 12 maggio 2022

L’uccisione di Abu Akleh mette sotto i riflettori gli attacchi israeliani ai giornalisti

 Mag 11, 2022 | Notizie

dallo Staff di Al Jazeera 

Al Jazeera, 11 maggio 2022.   

L’uccisione di Shireen Abu Akleh è solo l’ultimo attacco ai giornalisti palestinesi e internazionali da parte di Israele, dicono gli amici della vittima.

L’uccisione della giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh da parte delle forze israeliane nella Cisgiordania occupata ha acceso un riflettore sull’alto tasso di attacchi israeliani contro i lavoratori dei media, in particolare i palestinesi, e sulla relativa impunità sotto cui operano, dicono i giornalisti locali, gli avvocati e i gruppi per i diritti.

Abu Akleh, 51 anni, è stata colpita mortalmente al volto mercoledì mentre seguiva i raid israeliani nella città di Jenin.

Le autorità palestinesi dicono che la veterana giornalista è stata colpita dalle forze israeliane. Israele si è offerto di condurre un’indagine congiunta con le autorità palestinesi, ma l’esercito ha subito cercato di mettere in dubbio l’identità dei responsabili, dicendo che Abu Akleh è stata colpita durante uno scambio di colpi d’arma da fuoco e potrebbe essere stata uccisa da uomini armati palestinesi. Le autorità palestinesi hanno respinto la proposta di un’indagine congiunta.

I giornalisti presenti sulla scena, tra cui Shatha Hanaysha, che è stata anche ferita nell’incidente, hanno respinto la narrazione israeliana, dicendo che Abu Akleh era in una “zona esposta” con altri tre giornalisti quando sono stati colpiti e che “non ci sono stati scontri o colpi sparati dai dimostranti palestinesi”.

Giornalisti e sostenitori hanno detto che la versione degli eventi subito offerta dall’esercito israeliano indica che è improbabile che le sue forze saranno ritenute responsabili dell’uccisione.

“Devo dire che ho poca o nessuna fiducia [nell’indagine],” ha detto ad Al Jazeera Yumna Patel, direttrice di Palestine news per Mondoweiss.

“Più e più volte è stato dimostrato che le forze israeliane uccidono senza motivo i palestinesi, compresi i giornalisti, nei territori occupati, ed è molto raro che i soldati israeliani, i comandanti o i funzionari militari siano ritenuti responsabili delle loro azioni”, ha detto.

                Shireen Abu Akleh (Al Jazeera)

Parlando ad Al Jazeera mercoledì, Omar Shakir, direttore per Israele e Palestina di Human Rights Watch, ha detto che la sua organizzazione sta esaminando l’uccisione di Abu Akleh, ma ha denunciato le indagini israeliane come “meccanismi per imbiancare”.

“Questa è la valutazione che è stata raggiunta dalle organizzazioni per i diritti umani, compresa la principale organizzazione israeliana per i diritti umani B’TselemHuman Rights Watch ha una diagnosi simile”, ha detto. “La realtà è che non c’è responsabilità per questo tipo di abusi quando si tratta di azioni da parte delle autorità israeliane”.

Parlando ad Al Jazeera, lo scrittore palestinese Jalal Abukhater ha detto che non si aspetta giustizia per Abu Akleh, dato che numerosi giornalisti palestinesi sono stati uccisi prima di lei.

“Shireen non è la prima, e purtroppo non sarà l’ultima palestinese ad essere uccisa da questo regime di occupazione israeliano, [questo] regime di apartheid”, ha detto Abukhater. “Proprio l’anno scorso, Israele ha bombardato gli uffici di Al Jazeera e di Associated Press.

“Non credo che questa sarà la fine degli attacchi israeliani ai giornalisti. Questo non sarà l’ultimo attacco al giornalismo in Palestina. Faranno tutto il possibile per coprire chi denuncia i loro crimini, … [sono] triste che Shireen, il nostro idolo, sia l’ultima vittima di questa aggressione israeliana”.

‘Impunità continua’

Questa uccisione arriva pochi giorni dopo che la Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ), il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi (PJS) e il Centro Internazionale di Giustizia per i Palestinesi hanno presentato una denuncia formale alla Corte Penale Internazionale accusando “la sistematica presa di mira dei giornalisti palestinesi”.

La denuncia cita specificamente le uccisioni di Ahmed Abu Hussein e Yasser Mortaja, che sono stati colpiti mortalmente dai cecchini israeliani mentre seguivano le proteste della Grande Marcia del Ritorno nel 2018, e Muath Amarneh e Nedal Eshtayeh, che sono stati mutilati dal fuoco dei cecchini israeliani rispettivamente nel 2019 e nel 2015.

La denuncia ha anche citato la “presa di mira e il bombardamento” degli edifici che ospitano i media nella Striscia di Gaza, compreso il raid aereo israeliano che ha distrutto l’edificio di 11 piani al-Jalaa, che ospitava
gli uffici di Al Jazeera e di Associated Press, nel maggio 2021.

Shireen Abu Akleh è stata colpita mortalmente dalle forze israeliane mercoledì scorso [File: Al Jazeera]

Il segretario generale dell’IFJ Anthony Bellanger ha detto all’epoca che la denuncia è stata presentata “alla luce della continua impunità di cui godono gli autori di questi attacchi”.

In precedenza, nel 2019, una commissione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha detto in un rapporto di aver “trovato motivi ragionevoli per credere che i cecchini israeliani abbiano sparato ai giornalisti intenzionalmente, nonostante avessero visto che erano chiaramente contrassegnati come tali” durante le proteste del 2018 lungo il confine tra la Striscia di Gaza e Israele.

Israele ha respinto la denuncia, con un portavoce del ministero degli Esteri che l’ha definita il “rapporto distorto e di parte di un tribunale fantoccio “.

Citando il PJS, Patel ha detto che 86 giornalisti palestinesi sono stati uccisi dal 1967, anno in cui Israele ha occupato la Cisgiordania e Gaza. Il sindacato ha detto che circa 50 giornalisti palestinesi sono stati uccisi dal 2000, sei dei quali uccisi nei territori palestinesi occupati negli ultimi due anni.

Reporter Senza Frontiere, nel frattempo, ha detto che 144 giornalisti palestinesi sono stati il “bersaglio di proiettili vivi, proiettili di gomma, granate stordenti o gas lacrimogeni sparati da soldati o polizia israeliana” nei territori palestinesi occupati da quando le proteste settimanali della Grande Marcia del Ritorno sono iniziate nel 2018.

In una dichiarazione di mercoledì, il PJS ha definito l’attacco “un chiaro assassinio perpetrato dall’esercito di occupazione israeliano” e ha chiesto una “decisa azione per proteggere i colleghi giornalisti dal continuo incitamento all’uccisione praticato dall’occupazione israeliana e da tutte le componenti dell’occupazione stessa”.

“Da parte sua, Patel ha detto di avere “poca o nessuna fiducia” che i più stretti alleati occidentali di Israele aumenteranno la pressione per la chiarire la responsabilità dell’uccisione o che l’attacco possa minacciare l’aiuto incondizionato che Israele riceve da paesi potenti come gli Stati Uniti

“Ci deve essere una volontà politica”, ha detto. Ma purtroppo, quando si tratta di Israele, non c’è alcuna volontà politica di chiedergli conto dei suoi crimini e dei suoi attacchi ai giornalisti e alla stampa”.


Traduzione a cura di AssoPacePalestina  da

https://www.aljazeera.com/news/2022/5/11/al-jazeera-journalists-killing-spotlights-israeli-media-attacks


giovedì 28 aprile 2022

LETTERA DI SALUTO DEL DR. HUSAM HAMDOUNA, DIRETTORE DEL REC

  

              

Care/i amiche, amici e socie/i di Salaam Comitato di Milano,

 auguro al vostro incontro annuale ogni successo e colgo questa opportunità per esprimere un grande apprezzamento da parte mia, di tutti i membri del REC, delle famiglie affidate e del nostro popolo per i vostri sforzi grandi e duraturi nel sostenere la causa palestinese e nel servire il nostro popolo per consentirgli di resistere e far crescere la sua resilienza di fronte all'occupazione fino a quando non raggiungerà la sua libertà e indipendenza.

 La situazione nella Striscia di Gaza è sempre la stessa, soprattutto dopo l'ultima guerra condotta da Israele contro la Striscia nel maggio 2021 e la distruzione, le uccisioni e il sentimento di frustrazione e disperazione e che ha lasciato. Lo stesso vale anche in Cisgiordania, soprattutto dopo i recentigravi eventi a Jenin così come in altre aree e a Gerusalemme est. D'altra parte, la maggior parte dei servizi forniti dall'Autorità, sia in Cisgiordania che nella Striscia di Gaza, non soddisfa le aspettative e le aspirazioni dei palestinesi, il che ha accresciuto il senso di disperazione e frustrazione.

A confermarlo sono le risposteal quarto punto (condizioni interne e governo di Muhammad Shtayyeh) del sondaggio generale condotto dal Palestine Center for Policy and SurveyResearch (PSR) dal 16/0/22 al 22/03/2022:

- Una maggioranza del 54% afferma che l'attuale aumento del costo della vita li colpisce in modo significativo o molto significativo, mentre il 45% afferma che li colpisce moderatamente o leggermente.

- La stragrande maggioranza (79%) afferma che il governo palestinese non sta facendo abbastanza per ridurre i prezzi, mentre il 19% afferma che lo sta facendo.

- Una valutazione positiva delle condizioni nella Striscia di Gaza è condivisa dal 7% del campione, mentre il 25% giudica positive le condizioni in Cisgiordania

- Il 27% della popolazione dichiara di voler emigrare per motivi politici, di sicurezza ed economici. La percentuale nella Striscia di Gaza è del 37% e in Cisgiordania del 20%.

- La percezione della corruzione nelle istituzioni della Autorità Palestinese è dell'84%. Alla domanda sulle istituzioni controllate da Hamas nella Striscia di Gaza, il 69% ha indicato che in esse c'è corruzione.

- Nella sua valutazione dell'Autorità Palestinese, la maggioranza dei palestinesi (55%) la considera un fardello per il popolo palestinese mentre il 39% la considera una risorsa.

- Il 28% è ottimista e il 69% pessimista sul successo della riconciliazioneinterpalestinese.

 La stessa indagine ha riguardato anche altri aspetti:

- La guerra tra Russia e Ucraina

- Riunione e decisioni del Consiglio Centrale dell'OLP

- Elezioni legislative e presidenziali

- Relazioni israelo-palestinesi e processo di pace

 Secondo il PSR, il periodo precedente lo svolgimento del sondaggio ha visto diversi sviluppi interni tra cui il lancio di un secondo turno delle campagne elettorali locali in Cisgiordania e lo svolgimento di una sessione speciale per il Consiglio Centrale dell'OLP in cui sono state assunte importanti decisioni relative alle relazioni israelo-palestinesi e alla copertura di diverse posizioni di rilievo nella leadership dell'organizzazione.

Si è anche assistito all'aumento degli attacchi dei coloni nelle aree B e C della Cisgiordania e all'aumento della tensione nel quartiere di SheikhJarrah a Gerusalemme est. Amnesty International ha pubblicato un rapporto in cui ha definito Israele come uno stato di apartheid. Alla fine, dopo settimane di attesa, è scoppiata la guerra tra Russia e Ucraina. Il sondaggio del PSR affronta queste questioni e indaga altri aspetti, come le condizioni generali nei territori palestinesi, il processo di pace e le possibili evoluzioni della situazione per i palestinesi in assenza di un processo di pace praticabile.

(La dimensione totale del campione è di 1200 adulti intervistati faccia a faccia in 120 località selezionate casualmente. Il margine di errore è +/- 3%.)

 Principali risultati:

I risultati del primo trimestre del 2022 indicano un ritorno all'equilibrio di potere interno tra Fatah e Hamas, come avveniva prima della guerra Israele-Hamas del maggio 2021. In altre parole, dieci mesi dopo la guerra, la popolarità di Fatah torna a superare quella di Hamas. È significativo che la popolarità di Fatah sta crescendo in egual modo in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. In altre parole, è improbabile che l'aumento sia associato al lancio delle campagne elettorali locali della Cisgiordania. Le elezioni locali, previste per il 26 marzo, si svolgeranno solo in Cisgiordania. Tuttavia, l'aumento potrebbe essere legato a due cose:

(1) il successo dei cosiddetti "passi di rafforzamento della fiducia" tra l'Autorità Palestinese (AP) e Israele

(2) l'incapacità di Hamas di tradurre i guadagni ottenuti nella guerra di maggio con Israele in cambiamenti positivi sul campo nella Striscia di Gaza e Gerusalemme est.

Tuttavia, la popolarità del presidente Abbas non è aumentata. In effetti, il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, è ​​ancora in grado di vincere le elezioni presidenziali in cui competessero solo i due. L’apprezzamento per Fatahcala significativamente quando nelle domande il suo nome è associato a quello del presidente Abbas.Infatti Hamas continua a superare Fatah quando quest'ultimo è definito come "Fatah sotto la guida del presidente Abbas". Ad esempio, alla domanda sul partito più meritevole di rappresentare il popolo palestinese, Hamas o “Fatah sotto la guida del presidente Abbas”, Hamas batte ancora Fatah, anche se di poco.

 

I risultati indicano anche che una grande maggioranza dell'opinione pubblica palestinese vuole che l'Autorità Palestinese prenda una posizione neutrale nella guerra russo-ucraina, anche se sempre più persone incolpano la Russia per aver iniziato quella guerra. I risultati mostrano una piccola maggioranza che esprime preoccupazione per la prospettiva di un'espansione della guerra e l'ingresso di altri paesi in essa. Inoltre, una grande maggioranza afferma di aspettarsi un forte aumento dei prezzi in Palestina a causa di quella guerra. Quando è stato chiesto di confrontare il conflitto israelo-palestinese con quello tra Ucraina e Russia, la maggioranza afferma che la guerra ha dimostrato un doppio standard dell’Occidente, poiché Stati Uniti ed Europa non mostrano alcuna volontà di imporre sanzioni a Israele, mentre esprimono un grande entusiasmo nell’imporre sanzioni schiaccianti alla Russia. Inoltre, più di tre quarti dell'opinione pubblica ritiene che la guerra abbia anche mostrato una discriminazione europea nel trattamento dei profughi dall'Ucraina rispetto ai profughi delle guerre mediorientali.

 Al campione è stato chiesto anche di esprimersi a proposito della riunione del Consiglio centrale dell'OLP a Ramallah all'inizio di febbraio e delle risoluzioni approvate in quella sede. I risultati mostrano che una maggioranza, anche se piccola, crede che l'attuale OLP rimanga l'unico legittimo rappresentante del popolo palestinese. Tuttavia, una maggioranza più ampia ritiene che questa particolare riunione del Consiglio centrale sia stata illegittima, sebbene una maggioranza, superiore al sessanta per cento, sostenga le decisioni prese. Forse il motivo principale della delegittimazione di questo incontro deriva dal rifiuto dei risultati delle elezioni che si sono svolte durante le sue sessioni (solo un quarto o meno accetta infatti questi risultati elettorali) e dall'assenza di Hamas e della Jihad islamica all'incontro.

Due terzi del pubblico affermano che l'ingresso di Hamas e della Jihad islamica nell'OLP lo renderebbe più rappresentativo del popolo palestinese.

 

Sulle relazioni israelo-palestinesi, i risultati del sondaggio mostrano che il sostegno a una soluzione a due stati rimane quasi lo stesso di tre mesi fa, mentre il sostegno a una soluzione a uno stato, con uguali diritti per ebrei e palestinesi, cresce di circa un terzo durante lo stesso periodo. Nonostante il crescente livello di approvazione per la soluzione dello stato unico, due terzi della popolazione sostengono la descrizione di Israele come uno stato di apartheid. L'opinione pubblica vede infatti la pubblicazione del rapporto di Amnesty International sull'argomento come un'indicazione dell'inizio di un cambiamento dell'opinione pubblica occidentale a favore dei palestinesi, come già accaduto nel caso del Sud Africa.

I risultati mostrano anche un aumento del sostegno agli scontri e a una rivolta armata e una diminuzione della fiducia nell'efficacia dei negoziati.

  Infine, in questo sondaggiosono state indagate per la prima voltale convinzioni in una profezia coranica sulla fine di Israele. Si è rilevato che una vasta maggioranza crede effettivamente che tale profezia esista nel Corano. Tuttavia la maggior parte del campione non crede che il 2022 sia l'anno preciso della scomparsa di Israele. Anche tra i religiosi ei credenti dell'esistenza di questa profezia nel Corano, solo una minoranza crede che si riferisca a un anno specifico.

 Per risultati dettagliati, è possibile visitare il seguente sito Web:

https://pcpsr.org/en/node/902

 

Jabalia-Gaza, 04/04/2022

 

 

 

martedì 26 aprile 2022

Saremo un po' più soli, Carmela ci ha lasciati...

La nostra amica CARMELA IEROIANNI redattrice di INVICTAPALESTINA ci ha lasciati, la sua firma rimane nei tanti articoli e video da lei selezionati e tradotti, il suo viso, la voglia di vivere da partigiana rimane, invece, nei cuori di quanti hanno conosciuto la sua tenacia e la sua generosità. Si è spenta in Egitto, dove aveva deciso di essere sepolta, accanto alla barriera corallina di Sharm. Il video è a lei dedicato, le lotte per i diritti delle donne l'hanno sempre vista presente in tutte le manifestazioni milanesi.


Cento mani scavano cento buche in cerca di una fonte irraggiungibile. Insieme troverebbero un’acqua sorgiva, da sole sguazzano ciascuna nel proprio stagno.  (Enrico Campofreda giornalista, Roma.) 

Invictapalestina 




mercoledì 20 aprile 2022

FIRMA!!!! Ahmad Manasra aveva 13 anni quando fu arrestato

 Il Palestinian- Global Mental Health Network (il Network Globale per la Salute Mentale - PALESTINA) chiede a tutti i colleghi internazionali attivi nel campo della salute mentale e a tutte le persone di buona volontà di firmare questa petizione per chiedere l’immediato rilascio del giovane Ahmad Manasra ed il suo ritorno nella propria famiglia dopo 6 anni di gravi e sistematici abusi nelle carceri israeliane. 

Ahmad Manasra aveva 13 anni quando fu accusato di partecipare ad “un tentativo di aggressione con pugnale”. Un video di allora mostra come Ahmad, il 12 ottobre 2015, viene gettato dalla polizia israeliana e dai coloni sui binari del treno nella Gerusalemme occupata. Ahmad subì la frattura della scatola cranica. 

Le fotografie mostrano come Ahmad viene ammanettato mentre si trova in stato di coma indotto nel reparto di terapia intensiva. L’interrogatorio che seguì è stato registrato ed il video è stato consegnato ai media locali e internazionali. Nel video si vede Ahmad implorare “non ricordo, per Dio supremo, chiamate un dottore e fategli aprire il mio cranio così vi mostrerà che non ricordo”. Ahmad diceva questo mentre l’interrogatore lo insultava e lo torturava per ore mediante un braccialetto elettronico che stringeva i suoi polsi. 

Il caso di Ahmad è emblematico di molti altri casi simili.

Il DCI- Report (i Resoconti di  Defence Children International) descrivono ogni anno casi di “ 500-700 bambini palestinesi, alcuni  di età non superiore ai 12 anni  incarcerati e sottoposti  al giudizio dei  tribunali militari israeliani.  L’ accusa più frequente è di 'lancio di sassi'”.

UNISCITI A NOI FIRMANDO QUESTA PETIZIONE

E PROMUOVENDO UNA CAMPAGNA GLOBALE PER LA LIBERAZIONE DI AHMAD MANASRA E DI TANTI ALTRI CHE SUBISCONO LA SORTE DI AHMAD, SOTTRAENDOLI ALLA DEVASTANTE INTIMIDAZIONE FISICA E PSICOLOGICA A CUI SONO SOTTOPOSTI NELLA LORO TERRA NATIA. 

lunedì 28 marzo 2022

Di Ilan Pappe

The USA Today ha riferito che una foto diventata virale su un grattacielo in Ucraina colpito dai bombardamenti russi si è rivelata un grattacielo della Striscia di Gaza, demolito dall'aviazione israeliana nel maggio 2021. Pochi giorni prima il ministro degli Esteri ucraino si era lamentato con l'ambasciatore israeliano a Kiev dicendo “ci tratti come Gaza”; era furioso che Israele non avesse condannato l'invasione russa ed era interessato solo a sfrattare i cittadini israeliani dallo stato ( Haaretz, 17 febbraio 2022). Era un misto di riferimenti alle spose di palestinesi cacciate dalla Striscia di Gaza nel maggio 2021 e dell'evacuazione di ucraini dall'Ucraina, nonché un promemoria a Israele del pieno sostegno del presidente ucraino all'assalto israeliano alla Striscia di Gaza in quel mese (tornerò su questo verso la fine di questo pezzo).

Gli assalti israeliani a Gaza dovrebbero, infatti, essere menzionati e presi in considerazione quando si valuta l'attuale crisi in Ucraina. Non è un caso che le foto siano confuse: non ci sono molti grattacieli che sono stati rovesciati in Ucraina, ma ce un'abbondanza di grattacieli in rovina nella Striscia di Gaza. Tuttavia, non è solo l'ipocrisia sulla Palestina che emerge quando consideriamo la crisi ucraina in un contesto più ampio; è il generale doppio standard occidentale che dovrebbe essere esaminato, senza, per un momento, essere indifferente alle notizie e alle immagini che ci arrivano dalla zona di guerra in Ucraina: bambini traumatizzati, flussi di rifugiati, viste di edifici in rovina per i bombardamenti e il pericolo incombente che questo sia solo l'inizio di una catastrofe umana nel cuore dell'Europa.

Allo stesso tempo, a quelli di noi che vivono, riferiscono e digeriscono le catastrofi umane in Palestina non può sfuggire l'ipocrisia dell'Occidente e possiamo sollevare senza sminuirle, per un momento, la nostra solidarietà umana ed empatia per le vittime di qualsiasi guerra. Dobbiamo farlo, dal momento che la disonestà morale che sostiene l'agenda ingannevole stabilita dalle élite politiche e dai media occidentali consentirà ancora una volta loro di nascondere il proprio razzismo e impunità poiché continuerà a fornire immunità a Israele e alla sua durezza verso i palestinesi. Ho rilevato quattro false ipotesi che sono al centro dell'impegno dell'élite occidentale con la crisi ucraina, finora, e le ho inquadrate come quattro lezioni.

Lezione uno: i rifugiati bianchi sono i benvenuti; altri meno

La decisione collettiva dell'UE di aprire le proprie frontiere ai rifugiati ucraini, seguita da una politica più cauta da parte della Gran Bretagna, non può passare inosservata rispetto alla chiusura della maggior parte delle porte europee ai rifugiati provenienti dal mondo arabo e dall'Africa dal 2015. Una chiara definizione delle priorità razziste, distinguere tra chi cerca la vita sulla base del colore, della religione e dell'etnia è ripugnante, ma è improbabile che cambi molto presto. Alcuni leader europei non si vergognano nemmeno di trasmettere pubblicamente il loro razzismo nei panni del primo ministro bulgaro Kiril Petkov:

“Questi [i rifugiati ucraini] non sono i rifugiati a cui siamo abituati... queste persone sono europee. Queste persone sono intelligenti, sono persone istruite. …Questa non è l'ondata di profughi a cui siamo stati abituati, persone di cui non eravamo sicuri sulla loro identità, persone con un passato poco chiaro, che avrebbero potuto essere persino terroristi…”

Non solo. I media occidentali parlano continuamente del "nostro tipo di rifugiati" e questo razzismo si manifesta chiaramente ai valichi di frontiera tra l'Ucraina e i suoi vicini europei. Questo atteggiamento razzista, con forti sfumature islamofobe, non cambierà, poiché la leadership europea sta ancora negando il tessuto multietnico e multiculturale delle società in tutto il continente. Una realtà umana creata da anni di colonialismo e imperialismo europei che gli attuali governi europei negano e ignorano. Allo stesso tempo, perseguono politiche di immigrazione basate sullo stesso razzismo che ha permeato il colonialismo e l'imperialismo del passato. 

Lezione due: puoi invadere l'Iraq ma non l'Ucraina

La riluttanza dei media occidentali a contestualizzare la decisione russa di invadere all'interno di un'analisi più ampia e ovvia di come le regole del gioco internazionale siano cambiate nel 2003 è piuttosto sconcertante. È difficile trovare un'analisi che indichi il fatto che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno violato il diritto internazionale sulla sovranità di uno stato quando i loro eserciti, con una coalizione di paesi occidentali, hanno invaso l'Afghanistan e l'Iraq. Occupare un intero paese per fini politici non è stato inventato in questo secolo da Vladimir Putin; è stato introdotto come un giustificato strumento di politica dall'Occidente.

Lezione tre: a volte il neonazismo può essere tollerato

L'analisi inoltre non mette in evidenza alcuni punti validi di Putin sull'Ucraina; che non giustificano affatto l'invasione, ma richiedono la nostra attenzione anche durante l'invasione. Fino alla crisi attuale, i media progressisti occidentali, come The Nation, The Guardian, Washington Post , ecc., ci avvertivano del crescente potere dei gruppi neonazisti in Ucraina che avrebbero potuto avere un impatto sul futuro dell'Europa e oltre. Gli stessi organi di stampa oggi respingono il significato del neonazismo in Ucraina.

La Nazione il 22 febbraio 2019 ha riferito:

“Oggi, le crescenti notizie di violenza di estrema destra, ultranazionalismo ed erosione delle libertà fondamentali stanno smentendo l'iniziale euforia dell'Occidente. Ci sono pogrom neonazisti contro i Rom, attacchi dilaganti contro femministe e gruppi LGBT, divieti di libri e glorificazioni sponsorizzate dallo stato dei collaboratori nazisti”.

Due anni prima, il Washington Post (15 giugno 2017) aveva avvertito, in modo molto acuto, che uno scontro ucraino con la Russia non dovrebbe permetterci di dimenticare il potere del neonazismo in Ucraina:

“Mentre la lotta dell'Ucraina contro i separatisti sostenuti dalla Russia continua, Kiev deve affrontare un'altra minaccia alla sua sovranità a lungo termine: potenti gruppi ultranazionalisti di destra. Questi gruppi non sono timidi nell'usare la violenza per raggiungere i loro obiettivi, che sono certamente in contrasto con la democrazia orientata alla tolleranza dell'Occidente cui Kiev apparentemente cerca di assimilarsi".

Tuttavia, oggi il Washington Post adotta un atteggiamento sprezzante e chiama tale descrizione come una "falsa accusa":

“In Ucraina operano diversi gruppi paramilitari nazionalisti, come il movimento Azov e Right Sector, che sposano l'ideologia neonazista. Sebbene di alto profilo, sembrano avere scarso sostegno pubblico. Solo un'estrema destra, Svoboda, è rappresentata nel partito ucraino e detiene un solo seggio".

I precedenti avvertimenti di testate come The Hill (9 novembre 2017), il più grande sito di notizie indipendente degli USA, sono dimenticate: 

“Ci sono, infatti, formazioni neonaziste in Ucraina. Ciò è stato confermato in modo schiacciante da quasi tutti i principali punti vendita occidentali. Il fatto che gli analisti riescano a liquidarla come propaganda diffusa da Mosca è profondamente inquietante. È particolarmente inquietante data l'attuale ondata di neonazisti e suprematisti bianchi in tutto il mondo".

Lezione quattro: Colpire grattacieli è solo un crimine di guerra in Europa

L'establishment ucraino non solo ha un legame con questi gruppi ed eserciti neonazisti, ma è anche in maniera inquietante e imbarazzante filo-israeliano. Uno dei primi atti del presidente Volodymyr Zelensky è stato quello di ritirare l'Ucraina dal Comitato delle Nazioni Unite per l'esercizio dei diritti inalienabili del popolo palestinese, l'unico tribunale internazionale che si assicura che la Nakba non venga negata o dimenticata 

La decisione è stata avviata dal presidente ucraino; non provava simpatia per la difficile situazione dei profughi palestinesi, né li considerava vittime di alcun crimine. Nelle sue interviste dopo l'ultimo barbaro bombardamento israeliano della Striscia di Gaza nel maggio 2021, ha affermato che l'unica tragedia a Gaza è stata quella subita dagli israeliani. Se è così, sono solo i russi a soffrire in Ucraina. 

Ma Zelensky non è solo. Quando si parla di Palestina, l'ipocrisia raggiunge un nuovo livello. Un grattacielo vuoto in Ucraina ha dominato le notizie e ha suscitato un'analisi approfondita della brutalità umana, di Putin e della disumanità. Questi attentati dovrebbero essere condannati, ovviamente, ma sembra che coloro che guidano la condanna tra i leader mondiali siano rimasti in silenzio quando Israele ha raso al suolo la città di Jenin nel 2000, il quartiere di Al-Dahaya a Beirut nel 2006 e la città di Gaza in un'ondata brutale dopo l'altro, negli ultimi quindici anni. Nessuna sanzione, di alcun genere, è stata nemmeno discussa, per non dire imposta, a Israele per i suoi crimini di guerra nel 1948 e da allora in poi. Infatti, nella maggior parte dei paesi occidentali che guidano oggi le sanzioni contro la Russia, anche solo menzionare la possibilità di imporre sanzioni contro Israele è illegale e inquadrato come antisemita.

Anche quando la genuina solidarietà umana in Occidente è giustamente espressa con l'Ucraina, non possiamo trascurare il suo contesto razzista e il suo pregiudizio incentrato sull'Europa. La massiccia solidarietà dell'Occidente è riservata a chiunque sia disposto a unirsi al suo blocco e alla sua sfera di influenza. Questa empatia ufficiale non si trova da nessuna parte quando violenze simili, e peggiori, sono dirette contro i non europei, in generale, e contro i palestinesi, in particolare. 

Possiamo navigare come persone coscienziose tra le nostre risposte alle calamità e la nostra responsabilità di sottolineare l'ipocrisia che in molti modi ha aperto la strada a tali catastrofi. Legittimare a livello internazionale l'invasione di paesi sovrani e concedere in licenza la continua colonizzazione e il governo di altri, come la Palestina e il suo popolo, porterà ad ancor più tragedie, come quella ucraina, in futuro, e ovunque sul nostro pianeta. 

- Ilan Pappé è professore all'Università di Exeter. In precedenza è stato docente di scienze politiche presso l'Università di Haifa. È autore di The Ethnic Cleansing of Palestine, The Modern Middle East, A History of Modern Palestine: One Land, Two Peoples, and Ten Myths about Israel. Pappé è descritto come uno dei "Nuovi storici" israeliani che, dal rilascio dei pertinenti documenti del governo britannico e israeliano all'inizio degli anni '80, hanno riscritto la storia della creazione di Israele nel 1948. Ha contribuito con questo articolo a The Palestine Chronicle.


martedì 15 marzo 2022

 

special





With Ramadan less than a month away, tensions in East Jerusalem and the West Bank are on the rise, palpable not only in the streets but also in Israeli prisons where thousands of Palestinian prisoners continue to be an active part of the national conversation. The Palestinian prisoner issue is among the most complex and emotive spheres of the Israeli-Palestinian conflict, generating deeply entrenched positions based on conflicting narratives and a lack of understanding between the sides. It is therefore a matter that is worthy of close examination in relation to both current political dynamics and future peace negotiations.

Prisoners are one of the major factors of the conflict. When there is a political agreement, it will have come mainly as a result of the struggles of many Palestinian prisoners. There will be no political solution without solving the prisoner issue,” says Qadura FaresHead of the Palestinian Prisoners Club, member of the Geneva Initiative’s Palestinian leadership, and signatory of the Geneva Accord.



Since 1967, some 800,000 Palestinians have been subject to some form of detention by Israel. The sheer commonality of the prison experience generates a high degree of sympathy and support for prisoners. Few other issues command such consensus in Palestinian society. As such, prisoner resistance and solidarity has developed into a central feature of the wider Palestinian liberation movement.

“Prisoners and their families can legitimize or delegitimize any political solution through the wide support they enjoy in the society,” says Fares, who himself served 13 years in an Israeli prison and previously held the role of Minister for Prisoner Affairs.

The very existence of a Palestinian ministry dedicated exclusively to prisoner issues points to its deep societal significance. For decades, prisons have functioned as microcosms of the Israeli-Palestinian conflict. Prisoners have lobbied, organized, and embraced various forms of noncompliance – most notably hunger strikes – to protest unfair treatment and poor conditions inside Israeli prisons and to advance the Palestinian national cause. As such, Palestinian prisoners have become significant political players, and Israeli prisons have for decades provided the Palestinian streets with their national and ideological heroes.



“It is common for Palestinians who have served time in Israeli jails to come out as political leaders and peace advocates. They are realistic and pragmatic, and understand the nuances of Israeli politics and society,” says analyst Mohammed Daraghmeh, who like Fares and other members of the Geneva Initiative’s Palestinian leadership, left prison as one of the foremost peace advocates in Palestinian society.

“The status of prisoners in Palestinian society is comparable to the status of soldiers and military heroes in Israel – they enjoy broad public support and play significant roles in Israel’s political, economic, and cultural life. Prisoners are held in the same regard by the Palestinian public,” Fares explains. Israelis, however, view Palestinian prisoners through a singular lens – as terrorists who have perpetrated violent, sometimes deadly, attacks against Israeli civilians.

“Palestinians see prisoners as heroes, as those who have fought and sacrificed their freedom for the Palestinian cause. Israel sees them as ‘the enemy’. Their narratives about both the past and present are contradictory,” says Israeli advocate Talia Sasson.

While some Palestinian prisoners have indeed been charged with terrorist offenses, Palestinian civilians are increasingly detained under Israeli military measures which define security threats in a broad manner – such that nonviolent speech and political activism may also provide grounds for arrest and detention.


Israeli military regulations allow for Palestinian detainees to be held for up to 18 days without informing them of the reason for their arrest and without being brought before a judge. Detainees may then either be sent to an interrogation center for up to 180 days, held in custody pending trial, or placed in administrative detention for renewable periods of six months without charge or trial, a practice which rights groups say is used primarily to constrain Palestinian political activism.

Israeli military tribunals are presided over by IDF-appointed judges, and with a nearly 100% conviction rate, are considered to fall short of the international standards. “Palestinians are brought to IDF courts where the justices and prosecutors are the IDF, and where military orders are drafted by soldiers,” says Sasson. “Justices need to have a sense of objectivity and impartiality, but there is no objectivity here. There is a problem and we have to admit it.”

Within the Israeli prison system itself, the Israeli Prison Ordinance does not include any definition of prisoners’ rights and no clause guaranteeing a prisoner’s minimum standard of life. High-profile prisoners such as Hisham Abu HawashMarwan Barghouti, and Nasser Abu Humeid have drawn international attention to humanitarian conditions and prisoner rights through their activism, and the fates of these prisoners hold the potential to escalate or de-escalate tensions in wider Palestinian society. Thus, the treatment of detainees during their incarceration has become its own battleground. At the center of this battle is the PA’s practice of offering financial support to prisoners and their families.


And while Israel demands that the PA terminate the policy as a pre-requisite to peace negotiations, Palestinian analysts say it would be practically impossible to do so without a political solution. “Any change to the law without a political solution might result in the collapse of the Palestinian Authority,” says Fares. You can’t revoke the prisoners’ law at a time when Israel continues building settlements and undermines the two-state solution.” Mohammed Daraghmeh concurs: “Without a meaningful peace process, the PA cannot justify halting the funds. Palestinians would undoubtedly take to the streets."

The political, economic, and social complexities enmeshed in the Palestinian prisoner issue have made it one of the most intractable aspects of the conflict. “When you are not dealing with peace negotiations, the matter of Palestinian prisoners becomes one of the problems,” Talia Sasson says.

The prisoner issue will ultimately only be resolved as part of a final status agreement between Israel and the Palestinians, such as the Geneva Accord, which sets forth a plan for the staggered release of Palestinian prisoners. In the meantime, there is significant work to be done in bridging the gaps in the narratives and understanding between the sides on this and other crucial issues to lower the potential for an explosion until a just and lasting solution is achieved.